s e g n i d i l u c e
a cura di Angela Madesani. Uno dei punti più intensi della teoria letteraria italiana del secolo scorso sono le Lezioni
americane di Italo Calvino. Tra di esse, forse, quella che ha avuto maggiore risonanza è la
lezione dedicata al concetto di leggerezza, in contrapposizione, ovviamente, a quello di
pesantezza. In tal senso esempio calzante, portato da Calvino, oltre a quelli di matrice
squisitamente letteraria, è quello a noi, più che mai, contemporaneo dell’hardware e del
software. La pesantezza della macchina in contrapposizione alla leggerezza del programma,
che gira su di essa. Quella a cui lo scrittore allude è una leggerezza densa di contenuti e di
significato, carica di rimandi, che riesce a essere essenziale, pulita, priva di orpelli.
La visita, in più occasioni, allo studio di Vittore Frattini, mi ha riportato a questo concetto
calviniano. Una dimensione alla quale rimandano, in particolare, le sue sculture, oggi in
mostra nel Cortile della Seta di Milano. Non è ardito affermare, infatti, che il cuore della sua
ricerca è proprio la contrapposizione tra la ponderosità dei materiali: ferro, vetro, acciaio e la
dimensione aerea dell’esito finale delle opere.
È interessante, in tal senso, leggere il cammino di Frattini, oggi settantenne, che ha mosso i
suoi primi passi in ambito informale nell’eroica stagione milanese degli anni Cinquanta, dove
conosce Lucio Fontana e gli Spazialisti, nella ricerca dei quali si possono rintracciare le sue
radici più profonde.
Oltre a Fontana, con il quale ha in comune un grande interesse per la ceramica, e allo
Spazialismo, un punto di riferimento importante per Frattini, è Pietro Consagra con le sue
forme leggere, alle quali ha guardato con interesse nel corso degli anni.
A Milano conosce, inoltre, galleristi del calibro di Carlo Cardazzo e Guido Le Noci, che gli
apriranno molti orizzonti.
Il tutto dopo essersi formato a Brera con la lezione artistica, ma prima di tutto umana di Aldo
Carpi, direttore e insegnante di Pittura. E a Milano, in quegli anni, partecipa a premi e concorsi
e li vince.
Frattini è figlio d’arte: suo padre, Angelo, è stato scultore di talento. Vittore pur essendo sempre
rimasto legato alla sua città natale, muove i suoi passi, ancora giovane, in altra direzione.
Già nel 1965 va in America, alla scoperta di una nuova pittura, di un diverso modo di porsi di
fronte alla tela.
Prende, così, coscienza di una dimensione spaziale, che porterà il suo cammino in una certa
direzione nel corso degli anni.
Fondamentale, inoltre, è il suo legame con il volo, legame che è stato sottolineato anche da
Philippe Daverio nel suo testo per la mostra di aeropittura a Palazzo Reale, nel quale il critico
ha posto la ricerca di Frattini in relazione a quella dello scultore Nino Franchina.
In particolare Frattini è affascinato fin da ragazzo dal volo degli aerei. Come non cogliere una
traccia di tutto questo nei suoi Lumen, tra i lavori più intensi della sua ricerca? Già Vanni
Scheiwiller, oltre venti anni fa, nella presentazione di un piccolo volume, scriveva che in
questi lavori era possibile intravedere un legame con la scia dei jet. Forse quelli che, ogni
giorno gli passano sopra la testa.
In tal senso è particolarmente significativa la realizzazione della scultura per Malpensa nel
2002. Un’opera nella quale si evidenziano gli elementi fondanti del suo lavoro, in un perfetto
equilibrio tra matericità aerodinamica e colore primario.
Nel suo lavoro, infatti, è una significativa commistione di linguaggi: pittura, scultura, ceramica,
incisione. Espressioni diverse, ma sempre molto coerenti fra loro.
Nella mostra che andiamo qui a presentare sono quasi solo sculture, la maggior parte di esse
prive di colore aggiunto, modelli di opere collocate all’esterno, nelle quali è il paesaggio che
penetra dalle fessure e che dà il colore. Aperture verso l’oltre.
Così nel monumento dedicato a Giovanni Borghi, figura emblematica di imprenditore
dell’Italia degli anni della rinascita postbellica, mecenate sportivo ante litteram. La forma del
monumento a Borghi è tondeggiante, una forma sulla quale Frattini è tornato più volte con
un chiaro riferimento al pallone della pallacanestro e del calcio.
E il tondo, la sfera sono forme a lui care, in tal senso si pensi alle sculture di vetro
raffinatissime, che rammentano bolle d’acqua e colore. Qui è un rapporto ossimorico fra la
pesantezza del materiale e la leggerezza a cui rimanda la forma. Attraverso il colore Frattini
è riuscito a offrire appieno il senso del movimento, del mutamento, dell’instabilità delle cose
e quindi dell’obbligatoriamente sostenibile precarietà dell’ esistenza.