Vittore Frattini a Villa Recalcati

a cura di Philippe Daverio. Vi è una stagione complessiva delle arti che si è sviluppata attraverso tutto il mondo occidentale a partire dal dopoguerra e che trovò in Italia terreno particolarmente fertile. E’ quella dell’astrazione, declinata di volta in volta secondo i caratteri delle diverse culture che contaminava. Ebbe nell’Italia del nord, in particolare nell’area assai omogenea del lombardo-veneto una fortuna che tuttora dura. E qui aveva già radici proprie, sviluppate nell’ambito della evoluzione libera dei percorsi futuristi, quelli che lasciarono andare Prampolini verso la corsa delle linee curve, mentre ebbe in area milanese e comacina un fiorire attorno agli esperimenti geometrici che combinavano architettura e pittura per sfociare nei movimenti dell’ arte concreta.


Vittore Frattini ha avuto la fortuna, ventenne, di trovarsi in un paese entusiasta per la sua ricostruzione, quella degli anni cinquanta, e stimolato da ogni tematica di modernità. Il che voleva dire allora considerare la figurazione delle generazioni precedenti una eredità da superare ad ogni costo, un freno addirittura, una remora, per una fantasia che scopriva la primavera d’un mondo che si voleva sentire in tutti i modi nuovo. Il pullulare intellettuale portava in mille direzioni. Si giocava attorno allo smontaggio della materia, dove si prendeva spunto della formidabile esperienza dell’informale combinandola con le notizie transalpine del lavoro negli impasti di Fautrier. Si riprendeva il vigore gestuale che già Sironi aveva celebrato per governare questa materia con la forza del segno. Fontana era il guru ascoltato d’una scuola sperimentale che in piena libertà aveva accettato la contaminazione, la sorpresa d’una materia talmente più densa e con colori talmente più solidi, quella delle ceramiche e delle terre cotte, da consentire alla pittura tradizionale di saltare oltre la gestualità espressionista per librarsi in quella cosmica. Il mondo cosmico a sua volta s’era rivelato con l’esplosione della bomba atomica e con i primi lanci siderali, dai quali nacque l’esaltazione visiva della pittura nucleare di Dova e di Crippa. Si ascoltavano nel contempo mille altri suggerimenti. Circolava la documentazione sulle esperienze europee dove Max Bill aveva raccolto l’eredità del Bauhaus e dei Klee e Kandinski nell’andare a dirigere la scuola di Ulm dalla quale plasmava le generazioni nuove di progettisti. L’esperimento astrattista italiano, ch’era stato sino alla guerra in una evoluzione sostanzialmente autarchica, diventava la lingua parlata da tutti in un dialogo regolare fra nord, Parigi, Milano e Roma e in un’eco delle ricerche americane. Tutto era fiducia per un mondo migliore...


E questo mondo migliore Frattini contribuiva a formarlo, a seguirne il percorso evolutivo da una alba italica con poche automobili per strada fino al fragore d’una rinascita economica e sociale che si trovò presto a dovere gestire le tensioni che stavano crescendo.

L’astrazione a sua volta mutava i propri scenari. La precisione analitica di Max Bill o le eleganze di Parigi lasciavo lo spazio ad una lingua ben più nostrana nella quale ricomparivano temi ancorati nel profondo della storia recente. Le linee non potevano evitare di assorbire mezzo secolo di passione per il movimento e la velocità. Dovevano essere curve per librarsi nello spazio, cercavano lo slancio quasi per riflesso condizionato. Volavano. La materia ritrovava la sua matrice eterna e mediterranea nella pittura, gioiva degli spessori da terra plasmata finche era pittorica ma entrava in crisi quando affrontava l’astrazione della forma plastica scultorea. Lì si trovò a dialogare immediatamente con la modernità degli acciai. Da questi imparò sin dalle prime parole le lucentezze che nelle epoche antiche non s’erano mai trovate ad essere morfemi d’obbligo. L’acciaio portò l’attenzione sulla più celebrata delle tematiche futuriste, quella luce. La luce chiedeva il dialogo con l’aria e il cielo e si riconnetteva quindi alla linea, che questo cielo intendeva solleticare. E i colori si affrancavano dalla torbidezza bellica per affermarsi nella franchezza fresca della loro primarietà. Era il meccanismo visivo più immediate per cancellare le ansie degli anni appena passati.

materia + linea + luce = colore diventava una formula estetica dai richiami avanguardistici che traghettava il mondo di ieri, rinnovato, in quello d’oggi.

"...avete posato un'opera dell'inizio del XXI secolo tra un'architettura del '700 e una del Ventennio, che dialoga perfettamente.
Quest'opera è buona non perchè l'ha fatta Frattini, ma perchè l'ha fatta Frattini come sunto della sua vita..."
Philippe Daverio
, in occasione dell'inaugurazione della mostra.